Una partita che si doveva e si poteva vincere, ma che regala solo un misero pareggio complicando, ma non arrestando, la rincorsa verso la conquista dei play off.
De Zerbi non accampa scuse, ma questa volta bisogna dargli atto che, per il suo gioco, quel campo maledettamente rovinato, ha compromesso e non poco le giocate della sua squadra. Colpa di chi? Della societá, del comune, del giardiniere, di una manutenzione straordinaria che é mancata dopo il gelo dei giorni scorsi? Certamente fa sorridere il fatto di doversi allenare ad Amendola durante la settimana, per non rovinare lo Zaccheria e poi ritrovarsi a giocare in un campo che a detta del mister stesso era peggiore del tanto criticato campo di Aversa.
Ma oltre alla delusione piú per il risultato che per la prestazione, c'é da registrare l'amarezza del presidente Verile per essere stato abbandonato dagli imprenditori, ancora alla finestra, per le istituzioni, soprattutto per la riapertura della gradinata, evento continuamente rimandato, ed infine per la scarsa affluenza del pubblico per una gara che era fondamentale per la realizzazione di un sogno.
La colpa è della gara giocata di sabato? Colpa della crisi? Colpa della comodità di poter seguire il Foggia comodamente a casa? Forse tutte e tre le cose, ma certamente, senza grandi risorse economiche e senza pubblico sará difficile pensare che questa societá potrá continuare a fare enormi sacrifici; basti pensare che il Foggia, per far giocare i propri calciatori che ben stanno figurando, rinuncia sistematicamente ai compensi per il famoso minutaggio, pensato per la valorizzazione dei giovani e che sta mantenendo in vita altre compagini, Vigor Lamezia compresa.
Quindi, come dice Verile, la tradizione del Foggia é rimasta sulla carta e nei ricordi dei piú vecchi, perché sino ad ora nessuno sta aiutando i soci negli sforzi per tentare di risalire; se la situazione resterá questa, bisognerá rassegnarsi a sopravvivere in questi campionati, cercando al massimo di non sprofondare: questo é quello che questa piazza, oggi puó permettersi.
Alberto Mangano

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